corso rifugi

Un genepì e due chiacchiere: Serve davvero un corso per fare il rifugista?

Benvenuti al bancone del Bar del Trekkista. Fuori tira un po’ di vento, quindi appoggiatevi pure, vi verso da bere e vi racconto cosa ci frulla in testa oggi.

E’ uscita una notizia che sta facendo discutere: Regione Lombardia ha promosso un nuovo corso di formazione per diventare rifugisti. Un vero e proprio percorso per preparare chi vuole mettersi al timone di una struttura in alta quota.

Mettiamo subito le cose in chiaro, ci sono degli aspetti decisamente positivi:

  • È un investimento reale: Segnala un’attenzione concreta e istituzionale verso il mondo della montagna, che non viene lasciato a sé stesso.
  • Crea veri punti di riferimento: L’obiettivo è formare professionisti a tutto tondo. Un rifugista non è solo chi ti serve il brasato; è una sentinella del territorio, un esperto di primo soccorso, un meteorologo e la persona a cui ti affidi quando le cose lassù si fanno serie.

Tutto bellissimo, vero? Eppure, mentre pulivamo il bancone, ci è venuto in mente un dubbio.

Se guardiamo indietro, la storia delle nostre Alpi è piena di rifugisti leggendari. Gente con le mani segnate dalla roccia e dal freddo, che ha gestito capanne per decenni senza aver mai visto l’ombra di un “corso di formazione”. La montagna la imparavano a suon di inverni e fatica.

Allora, perché oggi sentiamo il bisogno di insegnarlo in un’aula?

Forse la colpa è anche un po’ della narrativa moderna. L’idea romantica di scappare dalla frenesia della città, di mollare tutto per cercare la pace, la natura e il contatto con “gente genuina”, ha fatto i suoi danni. Ha spinto troppi sognatori inesperti a buttarsi in gestioni improvvisate, convinti che la vita in quota fosse semplice. Ma la montagna non fa sconti: quando il generatore ti abbandona in mezzo a una bufera, la poesia finisce in fretta e serve una tempra che nessuna fuga dalla città ti può regalare.

Insomma, la questione è aperta e vogliamo girarla a voi che frequentate questo bancone.

Secondo voi, questo corso è l’antidoto necessario contro le gestioni improvvisate dei “sognatori di città”, oppure rischiamo di istituzionalizzare un mestiere che dovrebbe basarsi solo su vocazione, calli e istinto?

Il bicchiere è pieno, ora tocca a voi. Dite la vostra nei commenti!

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