Il problema non è essere principianti, ma la fretta di smettere di esserlo

Benvenuti al solito tavolo del Bar del Trekkista. Fuori l’aria è ancora frizzante, c’è profumo di caffè fresco e quel bel tepore in rifugio che ti conforta prima di allacciare gli scarponi. Prendetevi una tazza fumante, sedetevi qui un momento. Stamattina facciamo una chiacchierata seria, di quelle che nascono studiando la mappa a colazione, prima di mettersi in marcia.
Vorremmo parlarvi di un malessere che sta strisciando sui nostri sentieri. Non stiamo parlando del meteo imprevedibile o della fatica fisica, ma di un peso invisibile che sempre più persone si portano nello zaino: il senso di inadeguatezza.
L’ansia da prestazione e il mito del “Merendero”

Aprite un qualsiasi social network: feed invasi da atleti che corrono sulle creste, foto perfette ad altitudini vertiginose, sorrisi smaglianti dopo tremila metri di dislivello. Bellissimo, per carità. Ma per chi si sta avvicinando oggi a questo mondo meraviglioso, il messaggio che passa è tossico. Sembra che se non fai un’impresa epica al primo colpo, non sei degno di stare in natura.
E poi c’è quella parola, spesso usata con malcelato snobismo da certi influencer o “veterani” della domenica: merenderos. Un termine buttato lì per deridere chi magari sale con l’attrezzatura non proprio tecnica o ha il fiatone su una pendenza ridicola.
Ma ci siamo dimenticati da dove veniamo? Fortunatamente non tutti gli esperti sono così, ma chi usa questi termini fa un danno enorme, facendo sentire sbagliato chi, in realtà, sta solo muovendo i primi passi.
Il rischio più grande: saltare le tappe
Il problema, vedete, non è affatto essere un principiante. Il vero dramma è la fretta di non esserlo più.
Sentendosi giudicati, pressati da esempi irraggiungibili e dalla paura di essere etichettati, i nuovi escursionisti finiscono per bruciare le tappe. Pur di dimostrare di “saperci fare”, si affrontano dislivelli per cui non si è fisicamente pronti, si imboccano sentieri troppo tecnici, si ignora la stanchezza.
Tutto questo non è solo sbagliato, è pericoloso. Saltare la fase dell’apprendimento lento significa non imparare a leggere il meteo, a conoscere i propri limiti, a gestire le energie (e lo stress fisico che ne consegue, che fa tutt’altro che bene alla nostra salute). Significa mettersi in situazioni in cui l’errore non perdona.
Ritrovare l’essenza (e l’umiltà) della montagna

Stiamo perdendo il vero senso della montagna. La montagna è maestra di pazienza. Ci insegna che le vette si conquistano un passo alla volta, rispettando i tempi del nostro corpo, senza correre e senza dover dimostrare niente a nessuno. È un luogo dove abbassare lo stress, non dove accumularne di nuovo sotto forma di ansia da prestazione.
Tra chi va in montagna da una vita e chi sta allacciando gli scarponi per le prime volte, ci dovrebbe essere un ponte fatto di consigli, di sorrisi e di passaggi di informazioni. I veri esperti non deridono: guidano. Spiegano come allacciare bene uno zaino, perché è meglio rallentare il passo, come leggere un segnavia sbiadito.
Perché in fondo, se ci pensiamo bene con il bicchiere in mano, siamo stati tutti principianti. Tutti abbiamo avuto le vesciche, tutti abbiamo sbagliato bivio, tutti abbiamo avuto bisogno di qualcuno che ne sapesse più di noi per imparare la strada.
La montagna non ti chiede quanto sei veloce, ti chiede solo se sai ascoltarla.
La domanda al bancone
Ora ci zittiamo e passiamo la parola a voi, che oggi siete seduti a questo tavolo virtuale.
Vi ricordate chi vi ha preso per mano la prima volta che avete affrontato un sentiero? E vi è mai capitato di sentirvi “inadeguati” a causa di quello che vedete sui social? Raccontatecelo qui sotto. E intanto, un brindisi ai passi lenti.

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